Un incontro organizzato dall’Associazione ISCOM, nei pressi di San Pietro, ha visto la partecipazione di numerosi giornalisti vaticanisti, chiamati a riflettere sul significato del Giubileo dei detenuti, con un'attenzione particolare alla Porta Santa di Rebibbia, che Papa Francesco ha voluto aprire per offrire a tutti una via di redenzione. Relatore dell’incontro è stato Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, figura di rilievo nel mondo ecclesiastico e nella pastorale penitenziaria.
Al centro dell’iniziativa il ruolo e la funzione della Chiesa nella risposta alle sofferenze dei detenuti, in particolare attraverso la misericordia e il perdono. La Porta Santa di Rebibbia, infatti, rappresenta non solo un luogo fisico di passaggio, ma anche un segno di speranza e di ritorno alla dignità per chi si trova recluso. In occasione dell’apertura della Porta, Papa Francesco, nell’omelia del 26 dicembre, ha dichiarato: “Ho voluto spalancare la Porta, oggi, qui. La prima l’ho aperta a San Pietro, la seconda è vostra. È un bel gesto quello di spalancare, aprire: aprire le porte. Ma più importante è quello che significa: è aprire il cuore. Cuori aperti. E questo fa la fratellanza”.
Il Giubileo, occasione per tutti di “riscoprire la bellezza della riconciliazione”, ha spiegato Don Raffaele Grimaldi, assume per i detenuti una portata straordinaria non solo sul piano spirituale, ma anche come un’opportunità di riflessione sociale. “Il carcere non è solo un luogo di punizione, ma può diventare un luogo di redenzione”, ha affermato il presbitero, riprendendo le parole del Papa che ha sempre posto al centro l’umanizzazione delle carceri e la riscoperta della dignità della persona.
Al di là della solennità dell'appello a forme di amnistia o di condono, veicolato attraverso la stessa Bolla di indizione dell’Anno Santo, come si articola concretamente l'interlocuzione con le istituzioni civili per fare in modo che tale appello venga raccolto? La situazione in Italia, con numeri da brividi riguardo ai suicidi tra i detenuti e, talvolta, anche tra il personale penitenziario, pone interrogativi urgenti.
Si registra un'apertura da parte delle forze parlamentari, della coalizione di maggioranza pro tempore? È plausibile aspettarsi un provvedimento deflattivo che abbia forza di legge, al di là delle dichiarazioni di principio? "L’interrogativo - risponde Don Raffaele - rimane aperto, ma la Chiesa non smette di lanciare il suo appello alle coscienze dei decisori politici, in un richiamo alla misericordia che non può prescindere da una giustizia giusta, come sottolineato da Don Oreste Benzi: “L'uomo non è il suo errore”. Anche in questa prospettiva, posso preannunciarvi che il prossimo 9 aprile una delegazione della Conferenza Episcopale Italiana, composta da circa 150 persone e guidata dal presidente Matteo Maria Zuppi, attraverserà la Porta Santa presso il carcere di Rebibbia".
Secondo i dati più recenti del Ministero della Giustizia, aggiornati al 30 giugno 2024, negli istituti penitenziari italiani ci sono 61.480 detenuti, circa il 20% in più rispetto alla capienza regolamentare. Tra questi, 19.213 hanno la cittadinanza straniera, un numero che rappresenta il 31,2% del totale. "La Chiesa cattolica - precisa l'ispettore generale - è presente negli istituti penitenziari con 230 cappellani formalmente nominati e numerosi volontari, con l’impegno di favorire la professione di fede anche per i detenuti stranieri di altre tradizioni religiose. Per questo, la Chiesa si fa carico di coinvolgere operatori islamici, imam e preti ortodossi, al fine di garantire una pluralità di supporto spirituale per chiunque ne abbia bisogno".
Il lavoro dei cappellani, è stato sottolineato, è un servizio che va oltre la semplice assistenza religiosa. Essere cappellani nelle carceri italiane significa essere testimoni non solo della misericordia, ma anche della fermezza del Vangelo sulla giustizia. Don Raffaele ha spiegato che la sua opera, cominciata nel 1993 come cappellano del penitenziario di Secondigliano a Napoli, è stata sempre improntata alla vicinanza e al sostegno, non solo ai detenuti ma anche alle loro famiglie.
L’approccio pastorale non si limita a un atto di assistenza spirituale, ma si inserisce in un contesto più ampio di giustizia penale, dove la Chiesa può diventare interlocutore per promuovere un cambiamento nella percezione sociale della pena. Concludendo il suo intervento, Don Grimaldi ha invitato tutti i presenti a guardare al futuro con speranza, sottolineando che la Porta Santa di Rebibbia è solo uno dei tanti simboli che la Chiesa sta mettendo in campo per costruire un mondo più giusto e umano, nel quale il carcere diventi un luogo non solo di punizione ma di vera e propria redenzione. Il cammino verso la rieducazione dei detenuti non può prescindere dalla visione cristiana della misericordia e del perdono.
Antonino Piccione