Il Conclave giunge alla scelta di un nuovo Pontefice, al culmine di un intenso esercizio di discernimento ecclesiale e di profonda comunione spirituale. Un evento che interpella la fede, la storia e la cultura del popolo di Dio. In questo contesto si è svolta oggi, martedì 6 maggio 2025, una mattinata di approfondimento nell’ambito del Corso di Specializzazione in Informazione Religiosa — attivo dal 2006 grazie alla collaborazione tra l’Associazione Iscom e la Pontificia Università della Santa Croce — con l’obiettivo di offrire strumenti culturali e professionali per interpretare e raccontare la vita della Chiesa in uno dei suoi passaggi più rilevanti.
Due incontri, ospitati nell’Aula Minor dell’Ateneo della Santa Croce, con prospettive differenti ma complementari: da un lato, la vivacità e la rilevanza ecclesiale del continente africano; dall’altro, la potenza simbolica dell’arte sacra nei luoghi dove si svolge il Conclave.
Nel suo intervento su “La Chiesa in Africa: prospettive generali in vista del Conclave e del futuro della Chiesa”, S.E.R. Mons. Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari, ha delineato un quadro della presenza ecclesiale nel continente africano, partendo dai dati oggettivi, come la continua crescita demografica della popolazione cattolica in Africa, il vivace dinamismo vocazionale e l’ampiezza dei movimenti ecclesiali locali. «L’Africa non è il futuro della Chiesa — ha esclamato — l’Africa è il suo presente. Un presente vivo, pulsante, spesso segnato dalla croce, ma anche abitato da una fede semplice, autentica e gioiosa».
Con immagini volutamente provocatorie, egli ha messo in luce l’errata percezione che, ancora oggi, troppo spesso grava sul continente africano: «L’Africa viene vista come una bambina in una culla bagnata di urina; quando si sente una voce da quella culla, la si liquida come “voce di bebè”. Si dice: “Fate tacere la bambina, sta disturbando gli adulti che parlano”». Un’immagine che denuncia la condiscendenza con cui si guarda all’Africa, percepita come soggetto passivo, destinataria di aiuti e sussidi, mai interlocutrice alla pari: «Le si concede un po’ di latte, sotto forma di sussidio o di qualche finanziamento occasionale».
Questa dinamica si perpetua anche nei rapporti politici internazionali, dove il continente è talvolta considerato un semplice bacino di risorse o, peggio, una discarica: «Per alcuni, l’Africa è una miniera da sfruttare o un deposito dove scaricare ciò che non serve più». Ma qualcosa sta cambiando, e nella Chiesa si avverte un risveglio: «La Chiesa sta iniziando a offrire uno spazio più ampio all’Africa». Il fatto stesso che sia stato invitato a prendere la parola diventa, per Monsignor Nwachukwu, un segno eloquente: «Essere qui, ed essere ascoltato, è già espressione di una nuova mentalità. È questa la mentalità che auspichiamo nella Chiesa, la stessa che Papa Francesco ha voluto promuovere con l’idea della sinodalità».
Camminare insieme, come un solo popolo, come fecero gli Israeliti nel deserto. A supporto una rilettura teologica della fuga in Egitto: «Quando Gesù era minacciato, Dio fece sì che fuggisse in Africa. La Scrittura dice “Egitto”, ma l’Egitto è Africa. È significativo che il Figlio di Dio sia stato accolto in questo continente: non fu un caso, ma un gesto voluto da Dio stesso, che ha così intrecciato il proprio destino con quello dell’Africa».
Monsignor Nwachukwu ha anche espresso gratitudine per la testimonianza dei missionari europei, che per primi portarono il Vangelo nel continente nero: «Io li chiamo gli eroi della fede. Partirono in un tempo in cui partire significava morire. Senza mezzi moderni di comunicazione o trasporto, attraversavano mari e terre, consapevoli che forse non sarebbero mai tornati. Partire, allora, era un atto di totale donazione». E proprio a questi missionari si lega la profonda immagine del Salmo 126: «Chi andava, andava piangendo, portando la semente; chi tornava, tornava cantando, portando i covoni». È l’alba di ciò che l'Arcivescovo chiama «la Chiesa dei covoni»: una Chiesa che oggi raccoglie i frutti delle semine missionarie di ieri, ma che è chiamata anche a dare spazio a questi frutti, a riconoscerli e valorizzarli.
Cinque le sfide fondamentali che, a giudizio del relatore, attendono la Chiesa in Africa e non solo:
1. La decolonizzazione – non solo economica o politica, ma anche culturale e spirituale.
2. Il bene integrale delle popolazioni – che deve essere il fine ultimo dell’agire ecclesiale e civile.
3. La sinodalità – come stile permanente di ascolto, corresponsabilità e discernimento.
4. L’accoglienza reciproca – che supera ogni forma di paternalismo e si fonda sulla fraternità.
5. La fedeltà alla chiamata di Gesù Cristo – nella difesa della vita, della dignità umana, del bene comune e della salvezza delle anime.
Con l’appello alla non violenza attiva, quale via privilegiata per affrontare i conflitti: «Una non violenza che non è passività, ma scelta profonda di giustizia e pace». Infine, con riferimento al Conclave, il richiamo a una visione veramente cattolica nel discernimento del nuovo Pontefice, una cattolicità che sia non solo geografica, ma esperienziale e spirituale: «Nel momento in cui i cardinali si raccolgono in Conclave, essi rappresentano l’universalità della Chiesa: questa non è solo una somma di continenti, ma un corpo vivo dove ogni parte è essenziale. E l’invito ai media a non ridurre il ruolo dell’Africa a una retorica esotica o a uno sguardo compassionevole: «L’Africa non chiede pietà. Chiede giustizia, ascolto, responsabilità ecclesiale. E desidera contribuire pienamente alla guida della Chiesa universale. Il Conclave è anche questo: riconoscere i frutti dello Spirito dove molti non hanno mai voluto guardarli».
Antonino Piccione