Il futuro della Chiesa non inizia nel momento in cui un nuovo Pontefice appare dalla loggia di San Pietro. Matura e si manifesta prima, nel silenzio ordinato di una transizione governata dalla fedeltà alla Tradizione e dall'osservanza di puntuali disposizioni normative.
Sono convenuti stamane, presso la Pontificia Università della Santa Croce (Pusc), giornalisti vaticanisti (tra i quali inviati e corrispondenti di prestigiose testate internazionali) e funzionari di ambasciate presso la Santa Sede, con l'obiettivo di approfondire uno dei passaggi più delicati nella vita della Chiesa: il tempo della Sede Apostolica Vacante e del Conclave. Una fase solo in apparenza immobile, animata com'è da complessi equilibri sul piano giuridico, spirituale e della comunicazione.
L’incontro, promosso da Iscom come sessione straordinaria del Corso di Specializzazione in Informazione Religiosa, ha confermato l'esigenza di una formazione accurata per chi è impegnato nella copertura di Santa Sede e Vaticano. Posto che nei giorni precedenti e propedeutici all'elezione di un nuovo Papa è in gioco non solo il futuro di un’istituzione bimillenaria ma il volto stesso della Chiesa nel mondo. Sono finora circa 4.000 i giornalisti che si sono accreditati o hanno presentato domanda di accredito in Vaticano da tutto il mondo per seguire le esequie del Santo Padre e il successivo Conclave.
A dare avvio ai lavori, il Rev. Prof. Eduardo Baura, Ordinario di Diritto canonico alla Pusc, il quale ha richiamato l'impianto normativo che guida la Chiesa nel momento in cui viene a mancare il suo vertice (il riferimento è alla costituzione apostolica Universi Dominici Gregis del 1996, aggiornata secondo le modifiche apportate dal Sommo Pontefice Benedetto XVI con la lettera apostolica motu proprio Normas Nonnullas del 2013). Ed è in questa assenza che, paradossalmente, si dispiega la forza della continuità ecclesiale. Come ha sottolineato Baura, “nulla dev’essere innovato” – nihil innovetur: non si tratta di immobilismo ma di rispetto per il tempo dello Spirito, che agisce nel silenzio. Il diritto canonico – nella sua linearità e chiarezza – custodisce questa attesa. Quando la Sede si rende vacante, la Curia romana viene parzialmente sospesa: le principali cariche di governo decadono, ma restano in funzione alcune figure essenziali, come il Penitenziere maggiore, il cardinale Vicario di Roma o l’Elemosiniere, affinché la vita della Chiesa non si interrompa, ma sia semplicemente in una modalità di “custodia”. È come un corpo che, pur in sonno profondo, conserva le sue funzioni vitali. Il Collegio cardinalizio – che non è di istituzione divina, ma frutto di uno sviluppo secolare – assume il governo temporaneo attraverso due tipologie di Congregazioni: la Generale e la Particolare. Queste, tuttavia, non hanno potere innovativo: sono chiamate solo a gestire l’ordinario e, soprattutto, a preparare il momento decisivo dell’elezione. Un potere, ha spiegato Baura, che si esercita con sobrietà e misura, nel segno della libertà. "Libertà interiore e libertà esteriore, da ogni ingerenza, mediatica o politica". Sul punto Baura ha offerto una chiave di lettura che chiama in causa l'impegno e la responsabilità della professione giornalistica: il Conclave non è solo un evento elettorale, ma un atto ecclesiale profondo, da cui emerge la figura che segnerà il futuro della Chiesa. "Per questo è essenziale - ha sottolineato - la segretezza: non come culto del mistero fine a sé stesso, ma come tutela della coscienza dei cardinali, per preservare l’indipendenza del discernimento. Un principio che urta con la logica dell’informazione istantanea, ma che difende la verità da ogni spettacolarizzazione".
Non meno esplicativo e incisivo l’intervento del Rev. Prof. Roberto Regoli, Direttore Dipartimento di Storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana, che ha mostrato come la costituzione apostolica Praedicate Evangelium, voluta da Papa Francesco, abbia ridisegnato il volto della Curia, benché manchi ancora un regolamento di attuazione: da struttura gerarchica a strumento di servizio. Una visione che trova conferma proprio nei giorni della transizione: quando tutto si ferma, ma nulla si disgrega. La riforma di Francesco si inserisce in una lunga tradizione, ma se ne distingue per spirito e metodo. Sarà efficace solo se portata avanti da uomini “rinnovati”, come affermava lo stesso pontefice. "Strutturalmente - ha precisato Regoli - cambia poco: la Curia mantiene l’impianto di Sisto V, con Tribunali, Uffici, Segreterie e Congregazioni, sebbene riorganizzati in modo pragmatico. L’innovazione principale risiede nel maggiore coinvolgimento delle Chiese locali e nell’internazionalizzazione, già avviati da Pio XII e Paolo VI". Alcuni settori, come comunicazione ed economia, hanno adottato strutture snelle come i Segretariati, basati su modelli verticali, per garantire efficienza. In seguito, si è tornati a una gestione collegiale nel caso della comunicazione, trasformata in Dicastero. “Alla Segreteria di Stato - ha fatto notare lo storico - sono state sottratte competenze strategiche, come la gestione del personale e delle finanze”. La riforma crea anche nuove figure, come il Sottosegretario per la diplomazia multilaterale, e recupera modelli antichi come la presidenza papale diretta su alcuni Dicasteri. A giudizio di Regoli "il vero cambiamento è metodologico: per la prima volta, la riforma è guidata da un Consiglio di Cardinali prevalentemente non curiali e con il contributo dell’episcopato mondiale". Contemplata inoltre la possibilità per i laici di guidare organismi curiali, sancendo il passaggio da una logica di collegialità a una vera sinodalità, che include attivamente tutti i fedeli anche nelle funzioni di governo.
Mons. Lucio Adrian Ruiz, Segretario Dicastero per la Comunicazione, ha osservato infine che la comunicazione della Chiesa è parte della sua missione. Il magistero di Francesco, anche nel linguaggio, ha cercato inclusione e chiarezza, e questo è il testimone che chi racconta la Chiesa deve raccogliere. Informare non è solo riferire, ma accompagnare, con competenza e rispetto, l’esperienza viva del sacro. Sono tre, secondo Ruiz, le parole chiave: misericordia, tenerezza e semplicità. Per Francesco, comunicare non significa solo trasmettere informazioni, ma soprattutto creare relazioni, costruire ponti e avvicinare le persone. La comunicazione deve essere animata dalla misericordia, cioè da uno sguardo capace di accogliere l’altro nella sua unicità, senza giudicare ma comprendendo e accompagnando. La tenerezza è un’altra dimensione centrale: un linguaggio affettuoso, vicino, che si esprime con gesti concreti e parole che toccano il cuore. Essa riflette la maternità della Chiesa e la cura del buon pastore. Infine, la semplicità è il tratto distintivo dello stile comunicativo di Francesco: parole chiare, essenziali, dirette, accessibili a tutti, che rifuggono tecnicismi e formalismi. Il Papa esorta a un uso responsabile dei media, affinché siano strumenti di dialogo e non di polarizzazione, promuovendo verità e giustizia. In un mondo segnato da fratture e conflitti, il magistero comunicativo di Francesco è un invito a scegliere la via della prossimità, dell’ascolto e della testimonianza, rendendo la comunicazione un’esperienza di amore che costruisce comunità.
Antonino Piccione