In un momento cruciale per la Chiesa universale, chiamata a scegliere il suo nuovo Pastore, si sono tenute il 28 aprile alla Pontificia Università della Santa Croce due nuove sessioni straordinarie del Corso di specializzazione in informazione religiosa sulla presenza della Santa Sede negli scenari internazionali. 

Gli accademici Vincenzo Buonomo, Ordinario di Diritto Internazionale e Rettore emerito della Pontificia Università Lateranense, e Agostino Giovagnoli, Ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed editorialista di Avvenire, hanno evidenziato come il successore di Pietro sarà chiamato a ereditare non soltanto una responsabilità pastorale, ma anche il compito di rafforzare e perfezionare la complessa rete diplomatica della Santa Sede. 

A 300 anni dalla fondazione - ha esordito il prof. Buonomo - l’Accademia Pontificia Ecclesiastica si è trasformata in un istituto accademico che rilascia titoli in scienze diplomatiche, per rispondere a sfide nuove. «La diplomazia oggi, anche per la Santa Sede, si trova ad affrontare alcuni snodi fondamentali» che richiedono la «capacità di intercettare i processi». Non basta più l’equilibrio tra sapienza e missione sacerdotale. Occorre entrare nel merito delle questioni globali. È ciò che hanno fatto Benedetto XVI e Papa Francesco nei loro interventi all’Onu: il primo affrontando il tema della «responsabilità di proteggere» e affermando che «universale è la persona»; il secondo, intervenendo direttamente sull’Agenda 2030 e sull’identità europea, richiamando l’Unione a «rinnovare i trattati». Al centro, anche la questione della guerra. Papa Francesco parte da lì, non dalla pace, denunciando l’indifferenza («A me che importa?») e la logica degli interessi nazionali che alimenta i conflitti. 

La Santa Sede rileva una «riscrittura delle regole» internazionali, specie sulla distinzione tra obiettivi civili e militari, e si impegna anche su ambiti tecnici, aderendo a convenzioni su armi vietate. Infine, un richiamo forte alla cooperazione allo sviluppo: spesso oscurata dai temi della guerra e delle migrazioni, resta un fronte strategico, dove la Santa Sede «interviene con aspetti tecnici, precisi». La diplomazia vaticana, dunque, è chiamata oggi a coniugare profezia e competenza, entrando nel cuore delle contraddizioni globali per promuovere in concreto la pace. 

All’interno di questo quadro si inserisce anche l’analisi del prof. Giovagnoli su due delle sfide più impegnative per la diplomazia della Santa Sede. Con Pechino, il dialogo — seppur criticato da molti — ha permesso piccoli ma reali progressi in un contesto dove «la libertà religiosa resta un principio fragile e difficile da affermare pienamente». 

Con Israele, il percorso di riconciliazione procede, ma restano questioni aperte che richiedono «grande sensibilità storica e notevole abilità negoziale». In entrambi i casi, secondo Giovagnoli, «il prossimo Pontefice dovrà proseguire su una linea di dialogo paziente», evitando «la tentazione dell’isolamento o della contrapposizione sterile». Dentro una chiara cornice interpretativa: la Cina costituisce «una realtà globale con cui è necessario confrontarsi senza atteggiamenti improntati a superiorità culturale o religiosa». 

L’Accordo provvisorio siglato nel 2018 e successivamente rinnovato rappresenta, secondo lo storico, «un tentativo storico di instaurare un dialogo con una civiltà millenaria sempre più determinata ad assumere un ruolo di rilievo sulla scena internazionale». Un esempio appunto di «diplomazia paziente», nella consapevolezza che «la piena libertà religiosa si può perseguire attraverso piccoli passi, evitando rotture traumatiche». 

La relazione della Santa Sede con Israele si inscrive invece in un’altra dinamica: quella della «ricerca di un equilibrio tra memoria storica, esigenze di giustizia internazionale e rapporti con il popolo ebraico». Giovagnoli osserva che, dopo lo storico accordo del 1993, «restano pendenti alcune questioni, come lo status di Gerusalemme e la situazione dei cristiani in Terra Santa», vittime – secondo il Rossing Center – di oltre cento episodi di violenza nel 2024. Il 7 ottobre ha certo avuto un impatto dirompente, tuttavia la linea della Santa Sede rimane quella dei due Stati. Sullo sfondo dell'iniziativa odierna promossa da Iscom, le recenti omelie dei cardinali Pietro Parolin e Giovanni Battista Re. 

Nel secondo giorno dei Novendiali, il Segretario di Stato vaticano, ha ribadito che “non ci può essere pace senza il riconoscimento dell’altro”. Nella Messa esequiale, il Decano del Collegio Cardinalizio, ha messo in rilievo come la Chiesa debba essere una “casa aperta a tutti”. Entrambe le omelie riflettono l’essenza della diplomazia vaticana: l'impegno incessante per la pace e per il dialogo interreligioso, valori che hanno caratterizzato il pontificato di Francesco e che continueranno a guidare l’azione della Santa Sede nel mondo.

Antonino Piccione