Nullità del matrimonio

È un modo tecnicamente impreciso – ma abituale in inglese (annulment) e in altre lingue – per riferirsi alla sentenza “dichiarativa” di nullità del matrimonio, sentenza che non “annulla” il matrimonio, non lo rende “nullo”, ma semplicemente dichiara che esso non è mai stato valido.

In questo senso “annullamento” è interpretato spesso come sinonimo di “divorzio”, ciò che la Chiesa non può accettare essendo il matrimonio indissolubile. La dichiarazione di nullità del matrimonio è, dunque, la decisione di un tribunale ecclesiastico, confermata da un tribunale d’appello, secondo cui un matrimonio non era valido sin dall’inizio perché mancava qualche elemento essenziale, come ad esempio il consenso dei contraenti (per simulazione o malattia psichica di una delle parti), o qualunque altro elemento che rende valido il matrimonio. Oltre ai coniugi, partecipa al processo il difensore del vincolo, che mette in evidenza tutti gli elementi contrari alla nullità.

I figli di un matrimonio dichiarato invalido sono comunque considerati dalla Chiesa legittimi.

Il processo può essere ordinario, più breve - di durata breve, quando ci sono fatti o documenti che rendono evidente la nullità – e documentale, quando si presenta un documento che dimostra un impedimento o il difetto della forma legittima. In questo caso si omettono le solennità del processo ordinario, ma vengono citate le parti e interviene il difensore del vincolo.

Fonti: Motu proprio "Mitis Iudex Dominus Iesus” (15/8/2015) e Codice di Diritto canonico, nuovi canoni 1671-1691; Sussidio applicativo del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus; Risposte del Pontificio Consiglio per i testi legislativi sul procedimento di dichiarazione di nullità matrimoniale; Istruzione Dignitas connubii (25/1/2005)